Per anni l’Unione Europea ha presentato la transizione elettrica come il pilastro della propria strategia industriale. Batterie prodotte in Europa, meno dipendenza dall’Asia, nuova occupazione qualificata: questa era la promessa. Stellantis, attraverso la joint venture Automotive Cells Company (ACC) con TotalEnergies e Mercedes-Benz, doveva esserne uno dei simboli.

Il piano iniziale prevedeva tre gigafactory: una in Francia (oggi operativa), una in Germania e una in Italia, a Termoli. Un progetto sostenuto da strumenti pubblici europei e nazionali pensati per accompagnare la decarbonizzazione dell’industria automobilistica.
Oggi, però, il quadro è cambiato. I progetti in Germania e in Italia sono stati sospesi o ridimensionati. L’investimento francese è rimasto in piedi; gli altri no. Le motivazioni ufficiali parlano di domanda di veicoli elettrici più debole del previsto, sostenibilità economica e necessità di concentrare la produzione.
La sospensione delle gigafactory coincide con una fase di crescente ambiguità politica sul futuro dell’auto in Europa. Il target del 2035 — stop alla vendita di nuove auto a combustione — è formalmente in vigore, ma sempre più oggetto di pressioni, richieste di rinvio e revisioni. In Italia, forze di maggioranza e opposizione hanno invocato “flessibilità”, alimentando l’idea che la traiettoria regolatoria possa essere modificata.
Per un grande gruppo industriale, l’incertezza è un segnale. Se il quadro normativo appare meno vincolante, l’urgenza di investire miliardi in nuove fabbriche di batterie diminuisce. La transizione diventa negoziabile. E gli investimenti, rinviabili.

Il risultato è un paradosso politico: governi che per anni hanno indicato l’elettrico come inevitabile oggi contribuiscono a renderlo opzionale. E quando i progetti industriali rallentano, la responsabilità viene attribuita a “Bruxelles”, trasformando le regole europee in un comodo capro espiatorio.
La vicenda delle gigafactory di Stellantis non è soltanto una storia aziendale. È il sintomo di una transizione gestita senza coerenza politica. Senza una linea chiara e credibile, la strategia industriale europea rischia di restare una dichiarazione d’intenti — mentre le decisioni concrete si prendono altrove, e altrove si concentrano gli investimenti.

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