Se osserviamo Il Trono di Spade con un minimo di distacco — cosa difficile, perché nel frattempo qualcuno viene accoltellato — scopriamo che non è una serie fantasy, ma un trattato di storia politica mascherato da racconto con draghi. I draghi, del resto, servono sempre: nella storia reale si chiamano eserciti, debiti pubblici o alleanze matrimoniali.

Nel mondo di Westeros tutti vogliono il potere, ma quasi nessuno sembra sapere bene cosa farsene una volta ottenuto. È una dinamica sorprendentemente realistica: il trono non garantisce stabilità, né competenza, né lunga vita. Garantisce solo che qualcuno, da qualche parte, stia già complottando per prenderselo.

La serie ci insegna una lezione che gli storici conoscono bene: non vince il più forte, ma chi sbaglia meno degli altri. E anche così, spesso perde lo stesso. Le grandi decisioni non vengono prese in nome di ideali astratti, ma per paura, convenienza o semplice sopravvivenza. L’onore, quando c’è, è un lusso che pochi possono permettersi e che, in genere, si paga caro.

Alla fine, il vero protagonista non è il Trono di Spade, ma il caos. Un caos molto organizzato, fatto di equilibri fragili, alleanze temporanee e improvvise cadute rovinose. Esattamente come nella politica reale, dove la differenza principale è che al posto delle spade si usano comunicati stampa — che fanno meno rumore, ma spesso lasciano ferite più durature.

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